Lettere di terzi riguardanti Rimbaud

LA SIGNORA RIMBAUD A GEORGES IZAMBARD

 

Signore,
Le sono infinitamente riconoscente di tutto quello che lei fa per Arthur. Lei gli prodiga i suoi consigli, gli fa fare i compiti al di fuori delle lezioni, tutte cure alle quali non abbiamo alcun diritto.
Ma c'è una cosa che non potrei approvare, per esempio la lettura di un libro come quello che lei gli ha dato qualche giorno fa, I Miserabili, [di] V. Hugo. Lei sa certo meglio di me, Professore, che ci vuole molta cura nella scelta dei libri che si vogliono mettere sotto gli occhi dei bambini. Ho quindi pensato che Arthur si è procurato questo a sua insaputa, sarebbe certamente pericoloso permettergli simili letture.
Ho l'onore, signore, di presentarle i miei rispetti.

 

Vedova Rimbaud

 

4 maggio 1870

 

Signor Izambard

Professore di Retorica

Charleville.

 

 

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LA SIGNORA RIMBAUD A GEORGES IZAMBARD

 

                    Charleville, 24 settembre 1870.

 

Signore,
Sono molto inquieta e non capisco questa prolungata assenza di Arthur; eppure egli deve ben aver capito dalla mia lettera del 17 che non doveva restare un giorno di più a Douai; d'altra parte la polizia fa delle indagini per sapere dove è andato, e io temo molto che prima che questa lettera arrivi a destinazione quello scapestrato si faccia arrestare una seconda volta; ma non avrebbe più bisogno di ritornare, perché giuro che in tutta la mia vita non lo vorrò più vedere. È mai possibile capire la stupidità di questo ragazzo, così bravo e tranquillo di solito? In che modo gli è venu ta in mente una simile follia? Che gliel'abbia suggerita qualcuno? Ma no, non devo crederlo. Si è anche ingiusti, quando si è infelici. Sia dunque così buono da anticipare dieci franchi a quel poveretto. E lo mandi via, che ritorni in fretta!
Esco dall'ufficio postale dove ancora una volta non hanno accettato un mandato, perché la linea non è agibile fino a Douai Cosa posso fare? Sono molto in pena. Che Dio non voglia punire la follia di quel povero ragazzo come merita.
Ho l'onore, signore, di presentarle i miei rispetti.

 

Vedova Rimbaud


Signor Izambard, professore,

rue de l'Abbaye-des-Près,

Douai

(Nord).

 

 

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VERLAINE A RIMBAUD

 

In mare [3 luglio 1873]

 

Amico mio,
Non so se sarai ancora a Londra quando questa ti arriverà. Tuttavia tengo a dirti che tu devi, in fondo, capire, finalmente, che dovevo assolutamente partire, che questa vita violenta e tutta di scene senza altro motivo che la tua fantasia non poteva più andare bene per me!
Solo che, poiché ti amavo immensamente (Honni soit qui mal y pense), tengo anche a confermarti che, se fra tre giorni da oggi, non sono r' con mia moglie, in condizioni perfette, mi tiro un colpo. 3 giorni d'albergo, un rivolvita, sono cose che costano: di qui la mia «tirchieria» di poco fa. Dovresti perdonarmi.
Se, come è troppo probabile, devo fare quest'ultima coglioneria, la farò almeno da bravo coglione. — Il mio ultimo pensiero, amico mio, sarà per te, per te che mi chiamavi dal pier poco fa, e che io non ho voluto raggiungere perché era necessario che schiattassi, — FINALMENTE!
Vuoi che ti baci mentre crepo?
Il tuo povero                                                     

 

P. VERLAINE

 

Non ci rivedremo più in ogni caso. Se mia moglie viene, avrai il mio indirizzo, e spero che mi scriverai. Intanto, fra tre giorni, né di più né di meno, a Bruxelles, fermo posta, — a mio nome.
Rendi i suoi tre libri a Barrare.

 

ENGLAND


Sig. Arthur Rimbaud,

8 Great College Street,

Camden Town, N. W.

London

 

* * *

 


VERLAINE A MATUSZEWICZ


Bruxelles - Fermo posta [5 luglio 1873].


Mio caro amico, dei motivi penosi quanto imprevisti mi hanno forzato ad abbandonare Londra all'improvviso. Ho dovuto piantare un po' in asso Rimbaud, nonostante l'orribile pena, sinceri mente! (e qualunque cosa si dica) che questo mi ha fatto, — lasciandogli tuttavia i miei libri e la mia roba perché li rivendesse per tornare in patria. Poiché mia moglie ha rifiutato di venire dopo una mia minaccia di suicidio — l'aspetto fino a domani a mei zogiorno ma LEI NON VERRÀ — comincio a trovare troppo stupido uccidermi in questo modo e preferisco,
dato che sono talmente infelice, veramente! — arruolarmi con i volontari repubblica Spagnoli. Vado domani, a questo scopo, all'ambasciata spagnola di qui, e spero di partire fra pochissimo tempo. Sarebbe così gei i tile da passare subito all'8 Great College Street Camdentown, a richiedere i vestiti e i libri di cui Rimbaud non avesse avuto bisogno, — come pure, caspita, un bel po' di manoscritti, quaderni, ecc., che avrà evidentemente dovuto lasciare. La prego, sopattutto per i manoscritti, faccia presto, sarò il più riconoscente degli individui. — Ci vada, la scongiuro, appena ricevuta questa lettera, e mi scriva in fretta, in fretta a stretto giro di posta soprattutto. Dica ai miei proprietari (che ho già avvertiti) che riceveranno da me — lo faccio alla posta domani — un mandato di 7 scellini, costo della 2ª settimana che ho dimenticato di pagare in anticipo.

Infine, mi parli di Rimbaud. L'ha visto dopo la mia partenza? Mi scriva di questo. Mi interessa tanto! (scherzi a parte, eh?) Non è più tempo di scherzi, in nome di Dio!
Dunque aspetto risposta a stretto giro di posta, le manderò in anticipo il costo della spedizione della roba e dei manoscritti, e anche il mio indirizzo di allora, perché prenderò per alcuni giorni un appartamento qui a partire da domani.
Il suo in anticipo riconoscente e sempre amico.

 

P. Verlaine

 

 

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LA SIGNORA RIMBAUD A VERLAINE


Roche, 6 luglio 1873.


Signore,
Nel momento in cui le scrivo, spero che la calma e la riflessione siano ritornati nel suo spirito. Uccidersi, infelice! Uccidersi quando si è oppressi dall'infelicità è una viltà, uccidersi quando si ha una santa e tenera madre che darebbe la vita per lei, che morirebbe della sua morte, e quando si è padre di un esserino che le tende le braccia oggi, che le sorriderà domani, e che un giorno avrà bisogno del suo appoggio, dei suoi consigli, uccidersi in simili condizioni è un'infamia: il mondo disprezza chi muore in questo modo, e Dio stesso non può perdonare un crimine cosi grande e lo respinge dal suo seno.
Signore, ignoro quali siano i suoi dispiaceri con Arthur, ma ho sempre previsto che la conclusione del vostro legame non avrebbe dovuto essere felice. Perché? mi chiederà. Perché quello che non è autorizzato, approvato da buoni e onesti genitori, non deve essere piacevole per i figli. Voi, giovani, ridete e prendete in giro tutto, ma non è meno vero che noi abbiamo l'esperienza dalla nostra parte, e ogni volta che voi non seguirete i nostri consigli sarete infelici. Vede che non la risparmio, non risparmio mai quelli che amo. Lei si lamenta della sua vita infelice, povero ragazzo! Sa forse quello che accadrà domani? Speri dunque! Come intende la felicità quaggiù? Lei è troppo ragionevole per far consistere la felicità nella realizzazione di un progetto, o nel soddisfacimento di un capriccio, di una fantasia: no, una persona che vedesse così tutte le sue speranze esaudite, tutti i suoi desideri soddisfatti, non sarebbe certamente felice; poiché, dal momento che il cuore non avrebbe più aspirazioni, non sarebbe più possibile nessuna emozione, e così nessuna felicità. Bisogna dunque che il cuore batta,e che batta al pensiero del bene; del bene che si fa, o che ci si propone di fare.
E anch'io sono stata molto infelice. Ho molto sofferto, molto pianto, e ho saputo far cambiare tutte le mie afflizioni a mio profitto. Dio mi ha dato un cuore forte, pieno di coraggio e di ener già, ho lottato contro tutte le avversità; e poi ho riflettutto, ho guardato intorno a me, e mi sono convinta, ma proprio convinci, che ognuno di noi ha nel cuore una piaga più o meno profonda, la mia piaga mi pareva molto più profonda di quella degli altri; ed è del tutto naturale: sentivo il mio male, e non sentivo quello degli altri. È allora che mi sono detta (e vedo ogni giorno che ho ragione): la vera felicità consiste nel compimento di tutti i propri doveri, per quanto siano penosi!
Faccia come me, caro signore: sia forte e coraggioso contro tutte le afflizioni; cacci dal suo cuore tutti i cattivi pensieri, lotti, lotti senza tregua contro quella che si chiama ingiustizia delLi sorte; e vedrà che l'infelicità si stancherà di perseguitarla, lei ri tornerà felice. Bisogna anche lavorare molto, dare uno scopo alla sua vita; lei avrà senza dubbio ancora molti brutti giorni; ma qualunque sia la cattiveria degli uomini, non disperi mai di Dio. Lui solo consola e guarisce, mi creda.
Sua madre mi farebbe molto piacere scrivendomi.
Le stringo la mano e non le dico addio, spero di rivederla un giorno.

 

Vedova Rimbaud

 

 

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VITALIE RIMBAUD ALLA SORELLA ISABELLE

 

[Londra] [7] luglio 1874.

 

Mia buona sorellina,
Ieri alle dieci del mattino, facevamo il nostro ingresso nella capitale dell'Inghilterra.
Arthur sta molto meglio, e la gioia che prova rivedendoci affretterà, ne sono sicura, la sua completa guarigione. Benché gli avessimo annunciato il nostro arrivo solo per le 10 e mezza, ci aspetta va già molto prima delle 10.
Eccoci dunque installate per qualche giorno nelle stanze che Arthur ci ha preso in affitto. Avrei tanto voluto scriverti ieri, mn la mamma si è opposta, perché ero molto stanca. Del resto, avevo poco da dirti, se non che abbiamo viaggiato con una velocità che non comprendo affatto. Cosi in fretta, cosi in fretta che appeiiu riuscivamo a percepire gli oggetti passando e non avevamo il tempo di distinguerli.
Il mare era molto calmo. La traversata è stata buona, tuttavia abbiamo avuto il mal di mare circa una mezz'ora prima dello sbarco. Tra me e mamma, sono io che sono stata la più forte e malgrado tutti i suoi sforzi e tutti i suoi incoraggiamenti, è stata vinta prima di me. Un'ora dopo lo sbarco, non eravamo ancora completamente ristabilite. Fosse anche solo per questo, cara sorellina, devi rallegrarti di non essere venuta, perché è proprio un male terribile il mal di mare: è qualcosa che non riesco a spiegarmi. La città di Londra è immensa. Dai treni su cui eravamo (perché bisogna che ti dica che le ferrovie qui sono sopra le case) potevamo scorgere una quantità talmente immensa di case che la vista, per quanto lontano potesse spingersi, non scorgeva che abitazioni.
Siamo scese alla stazione di Charing-Cross. È una stazione che è almeno dodici volte più grande di quella di Charleville, e, recandoci al nostro appartamento, abbiamo potuto vedere una piazza magnifica, la square Trafalgar. In mezzo c'è un grandissimo getto d'acqua circondato da quattro leoni enormi.
Ai quattro angoli della piazza, si vedono statue in bronzo che rappresentano diversi generali, in grandezza naturale.
Abbiamo incontrato molte chiese protestanti, che ci siamo ripromessi di visitare più tardi. Abbiamo visto anche una chiesa cattolica, ma come tu puoi immaginare, le chiese cattoliche non sono numerose a Londra.
La prossima volta che ti scriverò, ti racconterò tutto quello che avrò visto di bello. Credo che ci siano qui molte cose da vedere — che ecciteranno la mia curiosità al più alto grado. La cosa più piacevole a Londra, è che davanti a un grandissimo numero di case, c'è un giardino: non c'è strada in cui gli occhi non trovino del verde per riposarsi. Così, sotto le finestre del nostro appartamento, crescono un'infinità di fiori all'ombra di alberi enormi.
Non puoi immaginarti, mia buona piccola Isabelle, quanto movimento c'è in questa grande città, il rumore che si sente, le vetture che si incrociano in tutti i sensi, e dalle quali si rischia continuamente di essere schiacciati se [non] si sta molto attenti. Si vedono circolare anche degli omnibus americani. Sono enormi vagoni che girano come le ferrovie su rotaie nella strada. Vorrei che tu fossi con noi per vedere tutte queste cose, ma sarei troppo preoccupata per le scomodità e le fatiche del viaggio.
E impossibile farci capire dai venditori, e Arthur è sempre con noi per sistemare ogni cosa.
Sono infine costretta a fermarmi qui, perché siamo occupate a sistemare tutte le nostre cose. Spero che non ti annoi troppo e che ti trovi bene al Santo Sepolcro. Ci si sta così bene. Penso molto a te, e non dimentico nulla di quello che mi hai raccomandato. È con dispiacere che sono costretta a dirti arrivederci. Vorrei tanto intrattenermi a lungo con te.
Ti bacio con tutto il cuore, come pure la Mamma che parla in continuazione di te. Nemmeno Arthur ti dimentica e ti bacia teneramente.

 

La tua affezionata sorella

 

Vitalie
Figlia di Maria.

 

Presento i miei affettuosi rispetti a Madre Santa-Cecilia, a Madre Santa-Melania e a tutte le suore.

 

 

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ISABELLE RIMBAUD ALLA MADRE

 

Cara mamma,
Ricevo immediatamente la tua lettera attesa con tanta impazienza, e mi affretto a rispondere perché tu la riceva all'indirizzi i che Vitalie mi indica.
Sono molto contenta che il vostro viaggio si sia svolto cosi feli cernente. Tuttavia, da quello che mi dice Vitalie, avete avuto un forte mal di mare e avete dovuto soffrire molto. Ma spero che in questo momento siate completamente ristabilite dalle fatiche del viaggio e che tutto andrà bene. Ho molto pensato a voi durante il vostro viaggio; e la notte della traversata, essendomi sveglia ta verso mezzanotte e mezzo, ho pensato che dovevate essere in mare.
Sto molto bene al Santo-Sepolcro. Siccome oggi è giorno di uscita, posso dedicare tutto il giorno a scrivervi, ed è con gioin che passo il mio tempo a intrattenermi con voi.
Non riesco a spiegarmi come i treni possano correre sopra le1 case che dovrebbero essere schiacciate dal peso della ferrovia.
Londra che ha più di 3 ooo ooo di abitanti dev'essere in effetti molto grande e racchiude senza dubbio molte belle cose, che, cara sorella, andrai a vedere e mi descriverai.
Non credevo che ci fossero a Londra dei giardini e del verde. Avevo fino a ora considerato quella città come tutta dedita al commercio e all'industria, e senza interessi per l'agricoltura. Mi piacerebbe molto vedere Londra, ma dato che questo è impossi bile, mi rassegno molto di buon animo del resto, dato che sto molto bene al Santo-Sepolcro.
Spero, cara Vitalie, che tu non abbia dimenticato la promessii che mi hai fatto prima di partire, cioè di scrivermi una lettera cosi grande e cosi bella da contenere tutti i particolari possibili su quello che avete visto di bello durante il vostro viaggio.
Vorrei sapere anche come vi arrangiate per comperare quello di cui avete bisogno; deve essere una cosa divertente, e credo che se fossi con voi, riderei di cuore.
Da lunedì, il caldo è soffocante; il ciclo si mostra terso e senza nuvole, e non c'è da temere la pioggia. Io sono proprio in fondo al dormitorio S. Maria o del primo, cioè esattamente all'estremità del posto dov'ero nel novembre scorso. Come lavabo, sono allo stesso posto dell'anno scorso, e il mio armadio è il secondo entrando.
Questa sera usciremo con Madre San Gabriele, perché fa troppo caldo durante il giorno. Siamo rimaste cinque pensionanti: Sophie e Jacobine, Julie Cochinard, Adèle Bougard e io.
Si comincia a scorgere la cometa che sarà, a quel che si dice, molto bella, il 13 di questo mese.
Nessuno qui ti dimentica, cara Vitalie; tutte queste signorine conservano di te un ricordo molto affettuoso.
Prendo sempre lezioni di disegno e di tedesco, che mi sono molto gradite.
Non si cantano nuove romanze a canto; ci si esercita sul Martirio di Eulalie, che sarà senza dubbio molto bello.
Vedete come sono chiacchierona, ma provo tanta felicità a parlare con voi che vi lascio solo con dispiacere.
Vi ho detto quasi tutto quello che avevo da dirvi, se non che, Mamma adorata, cara Vitalie e Arthur tanto amato, vi amo con tutto il cuore, penso a voi e vi mando mille e mille baci.
La vostra figlioletta e amata sorella,

 

Isabelle

 

Madre Santa-Cecilia vi invia i suoi più affettuosi pensieri. Abbraccia Vitalie, e anche Madre Santa-Melania l'abbraccia con tutto il cuore.

 

Charleville, 9 luglio 1874.

 

 

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VITALIE RIMBAUD ALLA SORELLA ISABELLE

 

Londra, 12 luglio 1874.

 

Mia cara sorellina,
Come sei gentile e buona. Sapessi quanto ci ha riempiti di gioia la tua lettera. Sei molto più gentile di me. Quante buone cose ci dice il tuo cuoricino. Mi dai proprio una bella lezione. Ma non pensi forse anche che io ti amo quanto tu ci ami, e che il mio solo desiderio qui sia di averti accanto a me? Tu lo sai bene. Ma non puoi immaginare quanto sia contenta del fatto che ti trovi bene al Santo-Sepolcro. Del resto questo non mi stupisce affatto. So che ci si sta benissimo. Quelle suore sono così buone: hanno tanta cura delle allieve. Figurati però che non ho affatto pensato all'uscita giovedì scorso, e tuttavia il mio spirito era spesso con te

— Ci dici che fa molto caldo a Charleville, ma qui è forse ancora più caldo. È da molto tempo che non sentiamo un caldo simile, tuttavia il cielo è sempre grigio, il sole non è chiaro, c'è sempre nebbia nell'aria. Mi chiedi dei particolari sul nostro viaggio. Oh, con il più grande piacere, piccola cara: è un così dolce momento per me il trattenermi insieme a te. Del resto, era nei patti, prima della nostra partenza. Dunque comincio.
Partiamo da Charleville alle 6 e 30 del mattino. Il tempo è molto bello. Il sole non si mostra affatto, e tuttavia il cielo non è molto coperto. I villaggi si succedono con rapidità, e arriviamo a Hirson alle 9 e 15. Lì facciamo una piccola sosta e ripartiamo per Valenciennes.
I principali luoghi che incontriamo sono Avesnes, città un tempo fortificata, Aulnoy, che è una cittadina e possiede una graziosissima stazione. Scendiamo a Valenciennes: ha tre chiese, Saint-Gëri, Notre-Dame e Saint-Nicolas. Un magnifico municipio, e vicinissimo un teatro.
Lasciamo Valenciennes e dopo aver attraversato tre o quattro villaggi, il treno si ferma alcuni minuti a Douai. Non scendiamo La stazione di Douai assomiglia molto a quella di Charleville. I campi sono coperti ovunque di magnifiche spighe. Si vedono molte fabbriche di tele. Arriviamo a Lilles alle 6 e 25 di sera. Non possiamo vedere Lille nonostante il nostro desiderio, ma non si scende. A partire da questa città, la ferrovia va molto più in fretta, ferma solo due o tre minuti a ogni stazione. Prima di arrivare a Calais, passiamo attraverso numerosi villaggi: Baieul, Widogrn. Walten, Audrisch, e molti altri ancora.
Finalmente eccoci a Calais alle 10 di sera. Scendiamo dal treno. Dobbiamo aspettare fino alle 2 del mattino.
L'attesa mi sembra molto lunga.
Visitiamo un po' la città. Facciamo provviste per il viaggio. Ci rifocilliamo un po'. La mamma mi porta a vedere le navi, il mare. Non vedevo bene perché il tempo era molto cupo, l'aria carica di una fitta nebbia. Si stava così bene, era così fresco. Era la prima volta che vedevo il mare. Vediamo anche la cometa, ma molto piccola adesso. Finalmente dopo esserci rifornite di moneta inglese, ci dirigiamo verso la nave che deve condurci in Inghilterra. — Non osavo scendere; avevo paura. Se tu fossi stata lì, Isabelle, avresti sentito che non si può fare a meno di provare una certa emozione. In effetti, si lascia la propria patria. Si parte per l'estero, per mare, è straordinario per noi, e tuttavia ero molto contenta.
Che dirti della traversata? Te ne ho già parlato.
La nave è di dipinta di bianco. Ha due enormi ciminere anch'esse dipinte di bianco. Pensando di stare meglio scendiamo nelle cabine. Ci restiamo circa una mezz'ora. Non c'erano che Inglesi: non un solo Francese. Nessuno parla la nostra lingua tranne il comandante della nave. La mamma non sta bene. Saliamo sul ponte: l'aria fresca e pura la solleva un po'. Il giorno cominciava a spuntare quando la Mamma stette veramente male. Povera Mamma! vedendola soffrire, soffrivo anche di più. Eppure sono stata male soltanto una mezz'ora.
Ma che spettacolo stupendo il mare, Isabelle, quando non lo si è mai visto. Il giorno che avanzava sempre più ci permetteva di vedere molto bene quell'immenso specchio d'acqua. Il vento era piuttosto forte, le onde battevano la nave, e qualche volta delle gocce cadevano su di noi. Si vedevano molto lontano e attorno a noi un'infinità di grandi e piccole imbarcazioni, barche di pescatori che si penserebbe di vedere a ogni istante inghiottite dai flutti del mare.
— Alla fine le coste dell'Inghilterra, che scorgiamo già da tempo, si mostrano sempre più chiaramente, e poco dopo la nave si ferma. Finalmente usciamo. Sono 3 ore e mezza. A me sembrano otto. Tutte le signore erano state male. Ci portano alla dogana. Là fatichiamo molto a farci capire, e partiamo da Dover alle 6.
Costeggiamo a lungo il mare. Com'era bello allora. C'era il sole che splendeva sulle sue onde bluastre. Prima di arrivare a Londra, passiamo sotto sei tunnel, e scendiamo alla stazione di Charing-Cross alle 10.
Arthur era così contento di vederci: lo puoi immaginare.
— Ero molto stupita di vedere tante vetture e tanta gente, perché Londra non assomiglia per nulla alle nostre città in Francia.
Ci siamo riposate quel giorno, e il giorno dopo abbiamo cominciato a visitare una parte di Londra.
Arthur ci ha portate a vedere il Parlamento. Che capolavoro! Il Parlamento ha due grandi torri dorate e molte altre più piccole. Le cancellate sono anch'esse dorate. E inoltr0 che architettura! Non capisco come si riesca a fare delle cose così difficili.
Quel giorno abbiamo visto anche il palazzo del duca di Northumberland. E anch'esso molto bello, ma in uno stile molto antico. Era chiuso. Poi il Teatro Reale dell'Alhambra su una piazza magnifica. In mezzo si innalza la statua di Shakespeare. Ha come piedestallo un immenso blocco di marmo bianco come la statua, e sei pescecani dalla cui testa si elevano numerosi getti d'acqua. Lì c'è un magnifico giardino con delle panchine. Quel giorno, c'era un mucchio di gente. Sembra che sia stato un signore dei dintorni, morto recentemente, ad aver lasciato una certa somma per la costruzione di questo magnifico monumento.
Ma mi accorgo che i miei fogli si riempiono in fretta, e che non ho ancora detto la decima parte di quello che avevo messo in serbo per te. Dovrò dunque lasciarti presto, sorellina mia. Che dispiacere! Sono tuttavia così contenta di raccontarti quello che ho visto. Abbrevierò dunque il più possibile. Quando avrò la gioia di rivederti, avrò il tempo di darti ampi particolari.
Arthur ci accompagna dappertutto. Gli dispiace tanto che tu non sia venuta. Abbiamo visto la cattedrale protestante di San Paolo. Quando ci siamo entrate, stavano pregando. Ti racconterò come facevano. Non conosciamo nessuna chiesa cattolica. Non ce ne sono da queste parti. Tutti i quartieri della nostra zona sono protestanti, e in una sola strada abbiamo contato sei chiese. Oggi che è domenica, non siamo stati alla messa e abbiamo assistito a un rito protestante che è durato due ore abbondanti. Ti assicuro che mi sono annoiata molto.
Abbiamo visto la caserma delle guardie della regina. Uomini bellissimi. Sono cosi ben vestiti. Non ho il tempo di dilungarmi su tutto quello che ho visto in fatto di monumenti, di passeggiate, di negozi, ma ti dirò che Londra contiene delle cose mirabili, meravigliose. Ieri Arthur ci ha portate al British Museum. Li c'è un'infinità di tesori, e per vederli bene bisognerebbe restarci parecchi mesi. Cosa posso dirti di tutti quei pesci, quegli uccelli, quei rettili, quelle pietre preziose e quei diamanti che sono lì, esposti alla vista di tutti gli spettatori? Ho visto antichità egiziane e cinesi, busti di imperatori greci e romani, pietrificazioni, incrostazioni, scheletri di animali antidiluviani, quali mastodonti, rinoceronti. Non capisco assolutamente come queste cose abbiano potuto conservarsi così a lungo. C'è una biblioteca dove Arthur andava molto spesso, che racchiude più di tre milioni di volumi. Le signore vi sono ammesse esattamente come i signori.
Verso sera, siamo stati a fare una passeggiata sul Tamigi. Ma ecco che scoppiò un temporale. Fummo costretti a scendere nelle cabine, e lì non vedemmo bene come sul ponte. E tuttavia è proprio piacevole, sai, Isabelle, una passeggiata sul Tamigi. C'è sempre molta gente. Siamo stati quasi fino alla fine di Londra. È sempre la stessa cosa, case tutte simili nella stessa strada, con davanti dei giardinetti. Quando siamo ripartiti, non pioveva più, e il tuono aveva smesso di brontolare. Sono sicura, mia adorabile sorellina, che saresti molto contenta di essere qui per vedere tutte queste belle cose, però non ti puoi figurare che fatica si fa a farsi capire. Non conosciamo quasi nessuno che sappia il francese, se non nei posti in cui va Arthur. Ora non siamo più così in difficoltà. Agli inizi era sempre necessario che ci fosse Arthur per tutto quello che volevamo. Ma si impegna così bene in ogni cosa, che tutto va sempre bene.
Sta molto meglio, ma parecchie persone gli hanno consigliato di andare in campagna, in riva al mare, per riprendersi completamente. Non so ancora come andrà a finire tutto questo.
Non ti ho parlato dei negozi, ma ci sono strade con negozi magnifici. Dalle nostre parti, ci sono molte stazioni. E tuttavia ne hanno costruite di nuove una vicinissima all'altra. Durante la giornata non abbiamo nulla da fare, ma fa talmente caldo che si soffoca negli appartamenti.
Oggi è domenica. Tutti i negozi sono chiusi e si vede pochissima gente. Se usciamo, lo faremo soltanto verso sera.
Ho passato piacevolmente una parte del pomeriggio con te, e vorrei tanto avere ancora posto per chiacchierare con te molto a lungo. La mamma parla ogni momento di te. Mi dice continuamente: Se Isabelle fosse qui, come sarebbe contenta. Ma dice anche che hai fatto comunque bene a restare perché ti saresti affaticata troppo nel viaggio.
Andiamo, mia piccola Isabelle, non credere che ti lasci. No, ma sono sempre vicino a te con il cuore e con lo spirito. Arrivederci, mia buona piccola Isabelle.
Ti bacio teneramente, con tutto il cuore, come pure la Mamma e Arthur.
La tua sorella amatissima                                       

 

Vitalie

 

Presento i miei rispetti affettuosi e sinceri a tutte le suore, e in particolare a Madre Santa-Cecilia e Madre Santa-Melania. La Mamma le prega di gradire i suoi rispettosi saluti. Abbi la compiacenza di esprimere alle signorine i miei sentimenti amichevoli.


Argyle Square W.C.
Londra.
(Stesso indirizzo dell'ultima volta).

 

 

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ISABELLE RIMBAUD ALLA MADRE

 

Cara Mamma,
Con quale gioia ho letto la tua lettera di domenica; il mio piacere è stato tanto più grande in quanto non aspettavo ancora una risposta. Ti sbagli, cara Vitalie, dicendomi che sono più gentile di te; tu sei ben migliore di me, e la tua lettera è un'ulteriore prova dell'affetto che mi porti.
Capisco perfettamente che vi troviate bene a Londra e che tutto quello ce vedete susciti la vostra ammirazione. Vorrei tanto anch'io vedere le belle cose di cui Vitalie mi parla; solo a pensarci, sono tutta meravigliata.
Leggendo il suo racconto, ho viaggiato con voi col pensiero, ho visto il Parlamento tutto scintillante d'oro e coperto di sculture che superano tutto quello che ho già visto, poi il palazzo del duca di Northumberland dai muri anneriti, ma che si elevano ancora con quella nobiltà e quella fierezza che non abbandona mai l'aristocrazia. Infine arrivo alla statua di Shakespeare; vedo il grande poeta drammatico dell'Inghilterra su quel blocco di marmo, mentre parla ancora ispirato al popolo stupito di Londra. I giardini pubblici, le squares all'ombra nel verde, piene di gente; ci vedo anche voi, cara Mamma e cara Vitalie.
Oh! come dev'essere magnifico tutto ciò! Sono contenta che vediate queste cose; ho un così grande piacere a sapervi felici e soddisfatti come fossi con voi. Grazie, cara sorella, della lettera in cui soddisfi tutte le mie esigenze, l'ho letta e riletta: era così bella, così piacevole, e soprattutto così premurosa per me; ho passato in questa lettura ore di felicità che tu non puoi capire. Mentre vi scrivo, si lavora nel giardino, perché è giovedì sera; io mi intrattengo con gioia con voi in classe.
Finisco il mese di canto che Vitalie aveva cominciato perché avrò forse una parte nel Martirio di Eulalia e allora sarà necessario che canti, e di conseguenza che sappia cantare.
Non ho bisogno di niente; tutto va bene, tranne forse la lavandaia che non è ancora venuta.
Cucio poco, occupata come sono con la mia parte, mi comporto molto bene, in classe, e faccio i miei compiti nel miglior modo possibile.
Continua a fare molto bello, ma il tempo si è rinfrescato, e oggi il vento è molto fresco.
Come passa in fretta il tempo che trascorro con voi!
Vi lascio, perché se volessi raccontarvi tutte le mie piccole avventure, non la smetterei più. Non voglio nemmeno cominciare a dirvele, non avrei il coraggio di smettere.
Che peccato lasciarvi!
Bisogna comunque che smetta, molto malvolentieri.
Concludo, dunque, assicurandovi, cara Mamma, Vitalie amatissima, mio caro fratello, che vi amo più di quanto possiate credere.
Vi bacio un milione di volte, mentre vi dico addio.
La vostra figlioletta e amata sorella

 

Isabelle


Madre Santa-Cecilia ti presenta, cara Mamma, i suoi rispettosi ossequi e abbraccia, assieme a Madre Santa-Melania, la mia ama-tissima sorella.


PS.
Spero che andrete presto a New-Hall, e che quando ci sarete stati, me lo direte.

 

Charleville, 17 luglio 1874.

 

 

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VITALIE RIMBAUD ALLA SORELLA ISABELLE

 

Londra, 24 luglio 1874.

 

No, mia cara sorellina, no, non siamo andate a New-Hall, e non ci andremo. Otto giorni fa, siamo partite da qui, portando da brave la nostra scatola sotto il braccio, felici e contente e ben decise ad andare a New-Hall. Dopo aver passato tre quarti d'ora nella ferrovia sotterranea e camminato ancora per una buona mezz'ora per la strada più corta, arrivammo alla stazione di Bishopgate, dove dovevamo prendere i biglietti. Quale fu la nostra sorpresa, chiedendo quei biglietti, nel sentirci chiedere per noi due, la mamma e io, 19 scellini e mezzo fino alla stazione di Chelmsford, per l'andata e per il ritorno (che vuol dire 24 franchi e 60 nella nostra moneta). Puoi capire che di fronte a un prezzo così elevato, la mamma ha creduto saggio di rinunciare al viaggio. Abbiamo spedito la scatola a New-Hall pagando le spese di spedizione, e abbiamo ricevuto dalla Madre Superiora del Santo-Sepolcro una lettera che accusa ricevuta del pacco. Consegneremo questa lettera a Madre Santa-Cecilia al nostro ritorno a Charleville. Ci dispiace infinitamente di non aver potuto fare questo viaggio. Saremmo state così contente di vedere quelle suore.
Dall'ultima volta che ti ho scritto, mia cara Isabelle, abbiamo visto ancora molte belle cose. Londra ha inesauribili ricchezze di ogni genere. Ogni giorno usciamo e ogni giorno rientriamo dopo aver visto nuove meraviglie. Venerdì scorso, abbiamo percorso i più bei quartieri di Londra. Abbiamo visto la banca d'Inghilterra. È un edificio molto grande che circonda tutta una piazza. Le strade adiacenti sono sempre strapiene di persone. Sono le più belle strade che abbia mai visto. Racchiudono le abitazioni più sontuose, i negozi più belli e più ricchi. Vi si trova tutto quello che si può desiderare. È veramente un peccato che non si possa portare niente in Francia, qui è tutto così bello.
Oggi, siamo andati a vedere anche la torre di Londra. Che ricordi pensando a quei principi, a quei grandi d'Inghilterra che vi hanno concluso una vita così triste e così dolorosa. La torre di Londra, di cui devi aver già sentito parlare, era un tempo una prigione di Stato. Adesso è abitata soltanto da alcune persone. Nessuno può entrarci, tranne quelli che ci abitano.
La torre somiglia all'incirca a un castello fortificato. Immaginati un immenso edificio circondato da torrette e da merli. Tutto intorno, delle mura spesse, dei contrafforti, dei ponti levatoi che impediscono l'ingresso. Ecco a cosa assomiglia. Avrei voluto entrarci, ma era impossibile.
Arthur ci parlava da qualche tempo di un sotterraneo che si trova sotto il Tamigi, e ci ha portate a vederlo l'altro giorno.
È molto curioso da vedere. Se tu fossi stata lì, mia piccola Isabelle, ti saresti proprio divertita. Pensa dunque. Trovarsi a quaranta metri sotto l'acqua. Faceva molto fresco, ma non c'era molta luce. È illuminato solo da lampade a gas collocate di tanto in tanto. Invece di attraversare il Tamigi in battello, l'abbiamo attraversato in un tubo sotterraneo, e siccome ci trovavamo a sud di Londra, siamo ritornate a casa in battello [a] vapore fino a Charing-Cross.
Ho visto il palazzo del duca di Sommerset, che supera ancora come architettura tutto quello che ho visto fino a ora. Ma stavo per dimenticarmi di dirti che abbiamo trovato, però lontano da noi, una chiesa cattolica. Era domenica scorsa. Quando siamo entrate, erano alla benedizione. Sono stata così felice, come puoi immaginare, di trovarmi in quella chiesa. Era già tanto tempo che non assistevo a nessuna funzione religiosa! Tutto mi richiamava il Santo-Sepolcro. Mi sembrava di trovarmi di nuovo in mezzo alle [mie] compagne di un tempo. Cantavano molto bene. C'era poca gente. Vi abbiamo visto delle suore di San Vincenzo da Paola, e abbiamo potuto parlare con loro. Rimangono proprio vicinissime alla chiesa. E seccante che sia così lontano dal nostro alloggio, potremmo andarci qualche volta. Tuttavia speriamo di andarci domenica alla messa.
È diventato improvvisamente più fresco da due giorni. Fa quasi freddo, e oggi piove.
Cominciamo ad abituarci agli Inglesi. Stiamo molto bene a Londra. Quello che ci da veramente fastidio è non saper parlare. Se sapessimo l'inglese, come Arthur, la sera andremmo dovunque ci piacesse, ma bisogna andare così lontano, da quelle persone che sanno il francese, che non ci andiamo spesso. Ma è lo stesso. Trovo Londra molto piacevole; mi manchi solo tu, mia buona sorellina. Se tu sapessi quanto penso a te, e anche la Mamma.
Ad Arthur spiace molto che tu non sia qui per vedere tante belle cose. Sono molto contenta che tu ora impari il canto. Non è vero che è divertente?
Se la lavandaia non è venuta, puoi farti lavare al Santo Sepolcro.
Avrei ancora molte altre cose da dirti, ma vedi che sono costretta a fermarmi. Rinvio dunque a un'altra volta tutto quello che ho ancora da raccontarti.
Dicendoti che ti amo quanto è possibile amare, ti bacio, min gentile sorellina, come pure la Mamma e Arthur.
Tua sorella

 

Vitalie

 

PS. Abbiamo ricevuto notizie di tutta la famiglia. Tutto va bene. Presento i miei rispetti più sinceri e più devoti a tutte le suore di lì, e in particolare a Madre Santa-Cecilia e a Madre Santa-Melania. Sii mia interprete presso le signorine, e dì che conservo di loro un affettuoso ricordo.

 

 

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ERNEST DELAHAYE A ERNEST MILLOT

 

Rethel, 28 gennaio 1877

 

Caro Amico,
Ti ho fatto aspettare un po' e anzi mi vergogno di essere stato prevenuto, ma ti porto per sdebitarmi una grande notizia:
È ritornato!...
Da un piccolo viaggio, una cosa da niente. Ecco le Stazioni: Bruxelles, Rotterdam, Le Helder, Southampton, Gibilterra, Napoli, Suez, Aden, Sumatra, Giava (due mesi di permanenza), Città del Capo, Sant'Elena, Ascensione, le Azzorre, Queenstown, Cork (in Irlanda), Liverpool, Le Havre, Parigi e sempre, per concludere... Charlestown.
Attraverso quale serie di trucchi strabilianti abbia eseguito le sue scappatelle2, sarebbe troppo lungo da spiegare: mi accontento di appiopparti qui acclusi alcuni prosciutti umani assolutamente autentici.
Era, — cosa deprimente — (a) Charlestown dal 9 dicembre: silenzio su questo! Del resto, non è finita e vedremo, a quanto pare, molte altre (avventure). È tutto per il (momento). La dissolutezza illustratoria che segue vale più di ogni commento.
A presto,

 

La tua vecchia Delahaye

 

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ERNEST DELA HAYE A ERNEST MILLOT

 

[...] Quello che [conosco dalla] sua infanzia e che vedi mentre brinda con un [Orso bianco] lo riconoscerai facilmente [sul retro del foglio] e ti dico che è stato segnalato recentemente a Stoccolma, poi a Copenaghen e poi nessuna notizia. I geografi più accreditati suppongono che sia verso il 76° parallelo, sicché mi sono umilmente fatto loro interprete.

 

 

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LA SIGNORA RIMBAUD ALLA FIGLIA ISABELLE

 

Marsiglia, lunedì 8 giugno 1891

 

I miei bagagli sono pronti. Conto di partire domani, martedì alle 2 del pomeriggio. Non arriverò a Roche prima di giovedì sera, alla stazione di Voncq. Nessuno si disturbi: preferisco arrivare da sola. Volevo partire oggi, ma le lacrime di Arthur mi avevano scossa; e poi, se restassi, dovrei restare ancora un mese almeno: non posso farlo. Faccio tutto nel migliore dei modi: che sia fatta la volontà di Dio! Ti raccomando di non scrivermi più qui.
Tua

 

Vedova Rimbaud

 

 

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MAURICE RIÈS ALLA SIGNORA RIMBAUD

 

Parigi, 10 settembre 1891

 

Signora,
Sono rimasto molto impressionato dalle cattive notizie che lei mi da sullo stato di suo figlio. Spero tuttavia che ogni pericolo siu adesso scongiurato e che si rimetta rapidamente.
Le sarei molto riconoscente, signora, se volesse darmi notizie ogni tanto; sarò a Parigi fino a domenica a mezzogiorno, e tornerò poi a Marsiglia, dove il mio indirizzo è Rue Forest, 12 (Endoume).
Le invio con la presente una lettera per suo figlio, che mi arriva da Aden e la prego di gradire, signora, l'espressione del mio profondo rispetto.

 

M. Riès

 

Maurice Riès

12, rue Forest

(Endoume)

Marsiglia (B. du R.).

 

 

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ISABELLE RIMBAUD ALLA MADRE

 

Marsiglia, martedì 22 settembre 1891

 

Mia cara mamma,
Ho appena ricevuto le tue poche parole, sei molto laconica. Ti saremmo dunque diventati così antipatici da non volerci più scrivere né rispondere alle mie domande? O forse sei ammalata? Questa è la mia più grande preoccupazione, cosa farei, mio Dio, con un moribondo e un ammalato a 200 miglia l'uno dall'altro? Come vorrei dividermi ed essere metà qui e metà a Roche! Anche se ti è piuttosto indifferente, devo dirti che Arthur è molto ammalato. Ti dicevo nella mia ultima lettera che avrei parlato ancora con i medici in privato; in effetti ho parlato con loro ed ecco la risposta: È un povero ragazzo (Arthur) che se ne va poco a poco; la sua vita è questione di tempo, fose alcuni mesi, a meno che non sopraggiunga, cosa che potrebbe succedere da un momento all'altro, qualche complicazione fulminante; quanto a guarire non è il caso di sperarlo, non guarirà; la sua malattia è il propagarsi attraverso il midollo delle ossa dell'infezione cancerosa che ha provocato l'amputazione della gamba.
Uno dei medici, il dottor Trastoul, (un vecchio dai capelli bianchi) ha aggiunto: Poiché lei è qui da un mese e dato che lui desidera che rimanga ancora, non lo lasci; nello stato in cui è sarebbe crudele rifiutargli la sua presenza. Questo, cara mamma, è quello che mi hanno detto i medici, a me da sola, beninteso, perché a lui dicono tutto il contrario; gli promettono una guarigione radicale, cercano di fargli credere che migliora di giorno in giorno e ascoltandoli sono confusa al punto che mi chiedo a chi mentano, se a lui o a me, perché hanno l'aria altrettanto convincente parlando a lui di guarigione che avvertendo me della sua morte. E tuttavia mi sembra che non sia cosi ammalato come dicono i dottori; la ragione gli è ritornata quasi del tutto da quattro giorni; mangia un po' più che all'inizio; è vero che ha l'aria di sforzarsi a mangiare, ma insomma quello che mangia non gli fa male; non è nemmeno più cosi rosso come quando delirava. Accanto ai suoi piccoli miglioramenti constato altri malesseri che attribuisco alla sua grande debolezza; prima di tutto i suoi dolori non cessano e nemmeno la sua paralisi alle braccia; è molto magro; ha gli occhi infossati e cerchiati di nero; ha spesso mal di testa; quando dorme di giorno, si sveglia di soprassalto, mi dice che è un colpo che lo colpisce contemporanemente al cuore e alla testa che lo risveglia così, quando dorme la notte, fa dei sogni spaventosi e talvolta quando si sveglia è irrigidito al punto da non poter fare un solo movimento, l'infermiere di notte l'ha già trovato in questo stato, e suda, suda giorno e notte col freddo come col caldo. Da quando gli è tornata la ragione piange sempre, non crede ancora che resterà paralizzato (sempre che viva). Ingannato dai medici, si aggrappa alla vita, alla speranza di guarire e poiché si sente sempre molto malato e adesso si rende conto del suo stato per la maggior parte del tempo, si mette a dubitare di quello che gli dicono i dottori, li accusa di prenderlo in giro, o li taccia di ignoranza. Vorrebbe talmente vivere e guarire che chiede qualsiasi trattamento per quanto doloroso possa essere purché lo guariscano e gli rendano l'uso delle braccia. Vorrebbe assolutamente avere la sua gamba articolata, per tentare di alzarsi, di camminare, lui, che da un mese è stato alzato solo per essere appoggiato tutto nudo su una poltrona mentre gli rifacevano il letto! La sua grande preoccupazione è il pensiero di come si guadagnerà da vivere, se non gli restituiscono completamente il suo braccio destro, e piange facendo O confronto fra quello che era un anno fa e quello che è oggi, piange pensando all'avvenire in cui non potrà lavorare, piange sul presente in cui soffre in modo crudele, mi prende fra le braccia, singhiozzando e gridando e supplicandomi di non abbandonarlo. Non saprei descrivere quanta pena fa; tanto che tutti qui ne hanno grande pietà; sono tutti cosi buoni con noi che non abbiamo nemmeno il tempo di formulare i nostri desideri: li prevengono.
Lo trattano come un condannato a morte al quale non si rifiuta niente, ma tutte le gentilezze sono inutili per lui, perché non accetta mai tutte le piccole moine che gli offrono; quello che chiede, è

 

[L'ultimo foglio manca]

 

 

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ISABELLE RIMBAUD ALLA MADRE


Marsiglia, 3 ottobre 1891

 

Mia cara mamma,
Ti supplico in ginocchio di volermi scrivere o farmi scrivere due righe. Non vivo più, per l'inquietudine in cui sono; sono addirittura seriamente ammalata per la febbre che mi da questa agitazione. Che ho dunque fatto perché tu mi faccia tutto questo male? Se sei malata al punto da non potermi scrivere, è meglio farmelo sapere, e tornerò, nonostante Arthur, che mi scongiura di non lasciarlo prima della sua morte. Che cosa ti è dunque successo? Ah! se potessi venire immediatamente da te! Ma no; senza sapere esattamente se sei ammalata, non posso lasciare quel povero infelice che, dal mattino alla sera, si lamenta senza smettere, che chiama la morte con alte grida, che mi minaccia, se lo lascio, di strangolarsi o di suicidarsi in qualunque modo,
e soffre tanto che credo proprio che farebbe quello che dice! Si indebolisce molto. Tenteranno una cura con l'elettricità: è l'ultima risorsa. Aspetto febbrilmente tue notizie. Ti bacio, cara mamma.

 

Isabelle

 

Se mi hai scritto e sono le tue lettere a non arrivare, spediscile al signor Direttore dell'ospedale della Concezione e nella busta metterai una lettera sigillata per me al mio indirizzo.

 

 

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ISABELLE RIMBAUD ALLA MADRE

 

Marsiglia, lunedì 5 ottobre 1891.

 

Mia cara mamma,
Mille volte grazie della tua lettera del 2 ottobre, che ho aspettato con sofferenza ma che sono felice di ricevere! Sì sono molto esigente, ma bisogna scusarmi, è l'affetto che mi rende esigente. Capisco quanto devi essere indaffarata, abbi pazienza e coraggio con i domestici, se ti lasciassero in questo momento saresti molto più in difficoltà. Se i mietitori se ne sono andati sarai un po' meno oppressa dal lavoro ma il woyen [semina autunnale] è ancora un brutto momento da superare. Spero che non prenderai la trebbiatrice in questo momento, papa Warin o un altro potrebbe trebbiare i foraggi e quel po' di grano che c'è. Cosa fai del latte? il vitello più grosso ormai deve bere solo matton [latte cagliato]. Potresti vendere il latte al lattaio. Spero che tu abbia asciugato la Piccola, farà il suo vitello all'inizio di Novembre, non esitare a venderla, se è sempre in buono stato. Anche i maiali devono essere grossi e pronti per essere venduti. Cos'ha dunque avuto Connesse? Stai attenta agli altri cavalli, soprattutto a Charmante che deve essere molto infelice perché le davo spesso dell'avena a parte. Chi ha vagliato il grano per seminare? Quanto soffro pensando che non posso fare niente per aiutarti! Non devo pensare a lasciare Arthur in questo momento; sta male, si indebolisce sempre di più, comincia a disperare di vivere e io stessa perdo la fiducia di conservarlo a lungo così, chiedo solo una cosa: che faccia una buona morte. Pensavamo di vedere Riès ieri, domenica, ma non è venuto nessuno.
Non credo che Arthur intraprenda in questo momento qualche operazione commerciale, sta troppo male: in ogni caso lo dissuaderò con tutte le mie forze. Pensa che 30 ooo franchi sono a Roche e potrei dirgli anche che li hai investiti; questo provocherebbe un ritardo di circa un mese se volesse assolutamente riaverli. Quello che mi tormenta, piuttosto, è che sta per arrivare l'inverno e che non vorrà mai passarlo qui. Dovrò andare con lui, o ad Algeri, o a Nizza, o ancora a Aden o Obok? Se vuole partire dubito che possa sopportare il viaggio nello stato in cui è; lasciarlo andare solo significa condannarlo a morire senza soccorso e a perdere il suo denaro senza rimedio: se vuole assolutamente andarsene che devo fare?
La gamba articolata è arrivata ieri: costo del trasporto 5,50 fr. Il signor Beaudier ha mandato anche la sua parcella di 50 fr. per le sue visite ad Arthur. Che cosa vuole da noi? ... Non ho osato mostrare questo conto ad Arthur, temo che non voglia pagarlo. Ho la tentazione di dire al dottore che ho ricevuto la gamba e al tempo stesso di pagarlo, tutto senza parlarne ad Arthur. Farei bene, dimmi? — Questa gamba è del tutto inutile per il momento; Arthur non è assolutamente in grado nemmeno di provarla. Sono più di otto giorni che il suo letto non è stato fatto perché non si può più nemmeno prenderlo per sederlo nella poltrona per il tempo di farlo; il suo braccio destro, completamente inerte, si gonfia, il suo braccio sinistro, che lo fa soffrire atrocemente è per tre quarti paralizzato, è scarnificato in un modo spaventoso; soffre dappertutto in tutte le parti del corpo: pensano che si vada paralizzando a poco a poco fino al cuore; nessuno glielo ha detto ma lui l'ha intuito e si desola e si dispera senza smettere un momento. Solo io lo curo, lo tocco, lo avvicino. I medici l'hanno consegnato nelle mie mani, ho a mia disposizione tutte le medicine della farmacia destinate a frizioni, linimenti, unzioni, ecc... Mi hanno affidato anche l'elettricità e devo applicarla io stessa; ma ho un bel darmi da fare, niente può guarirlo e nemmeno dargli sollievo. — Questa elettricità è una cosa da niente, dubito che gli dia qualche beneficio, come tutto il resto.
Non preoccuparti per me, cara mamma. È qui che bisogna venire per vedersi e sentirsi rispettate e perfino onorate come si merita; che differenza fra le abitudini cortesi di qui e la selvatica zoticheria della bella gioventù di Roche; conosco una sola persona che possa essere comparata vantaggiosamente con gli abitanti di questo luogo, del resto dato che parlo solo ad anziani nessuno ci trova da ridere. Qui c'è sempre un bel tempo radioso; ci sono stati tre temporali della durata di poche ore, poi subito il sole è riapparso più splendente che mai; ma dopo ogni temporale il mistral soffia per un giorno e una notte e rinfresca il tempo per due o tre giorni, senza che per questo il sole sia meno brillante né il ciclo meno blu; ci sono valanghe di frutta di ogni tipo; ci si sente saturi. Ma nonostante tutti questi splendori, come vorrei essere vicino a te e contemporaneamente qui!
Arnvederci, cara mamma, conserva la tua salute e non stare troppo tempo senza scrivermi.

Ti bacio con tutto il cuore.

 

Isabelle

 

Ti mando questi fogli scarabocchiati2 con la matita che ho scritto ieri, domenica; è il lavoro di tutta la mia giornata; non darti troppa pena per decifrarli, non meritano di essere letti.

 

 

* * *

 

 

APPUNTI DI ISABELLE

 

Domenica, 4 ottobre 1891

 

Sono entrata nella camera di Arthur alle 7. Dormiva con gli occhi aperti, il respiro affannoso, così magro e così smorto con i suoi occhi infossati e cerchiati di nero. Non si è svegliato subito; lo guardavo dormire, dicendomi che è impossibile che possa vivere molto a lungo così, ha l'aria di essere troppo ammalato! In capo a cinque minuti si è svegliato lamentandosi, come sempre, di non aver dormito la notte e di aver sofferto molto, e svegliandosi soffre ancora. Mi ha dato il buongiorno (come tutti i giorni). Si mette allora a raccontarmi delle cose inverosimili che immagina siano accadute all'ospedale durante la notte; è la sola reminiscenza di delirio che gli rimane, ma tenace al punto che tutte le mattine e parecchie volte durante la giornata mi racconta la stessa assurdità arrabbiandosi perché non ci credo. Quindi l'ascolto e cerco di dissuaderlo; accusa gli infermieri e perfino le suore di cose abominevoli e che non possono esistere; gli dico che ha senz'altro sognato, ma non vuole desistere e mi tratta da ingenua e da imbecille. Mi accingo a fare il suo letto, ma da più di otto giorni non ha voluto che lo si tirasse giù; soffre troppo quando lo prendono per metterlo sulla poltrona o quando lo rimettono nel suo letto. Fare il letto significa colmare un vuoto da una parte, togliere una gobba dall'altra, sistemare la traversa, sistemare le coperte (senza lenzuola), tutto questo, beninteso, con un mucchio di manie morbose. Non può sopportare una piega sotto di lui; la testa non è mai messa bene; il moncherino è troppo alto o troppo basso; bisogna mettere il braccio destro completamente inerte su strati di ovatta, avvolgere il braccio sinistro, che si paralizza, sempre più, con flanella, doppie maniche, ecc.
Portano la caraffa di latte; la beve tutta d'un fiato, sperando di combattere la sua costipazione e soprattutto la sua ritenzione urinaria; credo infatti che anche i suoi organi interni si paralizzino; ho paura, e anche lui, che si paralizzi cosi un po' alla volta fino al cuore e allora bisognerà morire; la sua gamba sinistra è sempre fredda e tremante, con molti dolori. Anche l'occhio destro è chiuso a metà. A volte ha delle palpitazioni di cuore che lo soffocano. Mi dice che quando si sveglia, sente il cuore e la testa che bruciano e ha sempre delle fitte al petto e alla schiena, dalla parte sinistra.
Devo ingegnarmi tutto il giorno per impedirgli di commettere numerose sciocchezze. La sua idea fissa è di lasciare Marsiglia per un clima più caldo, o Algeri, o Aden, o Obok. Quello che lo trattiene qui, è il timore che non lo accompagni più lontano, poiché non può più stare senza di me.
Penso e scrivo tutto questo mentre è sprofondato in una sorta di letargia, che non è sonno, ma piuttosto debolezza.
Svegliandosi, guarda dalla finestra il sole che brilla sempre in un cielo senza nuvole, e si mette a piangere dicendo che mai più rivedrà O sole fuori. «Andrò sotto terra, — mi dice, — e tu camminerai nel sole!» E così è tutto il giorno una disperazione senza nome, un lamento senza tregua.

 

 

* * *

 

 

ISABELLE RIMBAUD ALLA MADRE*

 

[Marsiglia], mercoledì 28 ottobre 1891

 

Mia cara mamma,

Dio sia benedetto mille volte! Ho provato domenica la più grande felicità che io possa avere in questo mondo. Non è più un povero infelice reprobo che sta per morire vicino a me: è un giusto, un santo, un martire, un eletto!
Durante la settimana scorsa, i cappellani erano venuti a vederlo due volte; li aveva ricevuti, ma con una tale stanchezza e un tale scoraggiamento che non avevano osato parlargli della morte. Sabato sera, tutte le religiose pregarono insieme perché facesse una buona morte. Domenica mattina, dopo la messa solenne, sembrava più calmo e in piena coscienza: uno dei cappellani è ritornato e gli ha proposto di confessarsi; e ha acconsentito! Quando il prete è uscito, mi ha detto, guardandomi con un'aria turbata, un'aria strana: «Suo fratello ha la fede, bambina mia, e allora cosa ci raccontava? Ha la fede, e non ho nemmeno mai visto una fede di quella qualità!» Io, baciavo la terra ridendo e piangendo. Oh Dio! che allegria, perfino nella morte, perfino attraverso la morte ! Cosa mi può importare della morte, della vita e di tutto l'universo e di tutta la felicità del mondo, ora che la sua anima è salva ! Signore, addolcite la sua agonia, aiutatelo a portare la sua croce, abbiate ancora pietà di lui, abbiate ancora pietà, voi che siete così buono! oh sì, così buono. — Grazie, mio Dio, grazie!
Quando sono rientrata accanto a lui, era molto commosso, ma non piangeva; era serenamente triste, come non l'ho mai visto. Mi guardava negli occhi come non mi aveva mai guardata. Ha voluto che mi mettessi vicina vicina, mi ha detto: «Tu sei del mio stesso sangue: tu credi, dimmi, tu credi? » Ho risposto: «Credo; altri molto più sapienti di me hanno creduto, credono; e poi sono sicura adesso, ne ho la prova, esiste!»
Ed è vero, oggi ho la prova! — Mi ha detto anche con amarezza: «Sì, dicono che credono, fanno finta di essere convertiti, ma è perché si legga quello che scrivono, è una speculazione!» Ho esitato, poi ho detto: «Oh, no, guadagnerebbero più denaro con le bestemmie!» Mi guardava sempre con il cielo negli occhi; anch'io. Ha voluto abbracciarmi, poi: «Possiamo ben avere la stessa anima, poiché siamo dello stesso sangue. Dunque, tu credi?» E io ho ripetuto: «Sì, credo, bisogna credere». — Allora mi ha detto: «Bisogna preparare tutto nella camera, mettere tutto in ordine, tornerà con i sacramenti. Vedrai, porteranno i ceri e i pizzi; bisogna mettere biancheria candida dappertutto. Sono proprio molto ammalato!» Era ansioso, ma non disperato come gli altri giorni e vedevo benissimo che desiderava ardentemente i sacramenti, soprattutto la comunione.
Da quel momento, non bestemmia più; chiama Cristo in croce, e prega, sì, prega, proprio lui! Ma il cappellano non ha potuto dargli la comunione: prima di tutto, ha temuto di impressionarlo troppo; poi, sputa molto in questo momento e non può sopportare niente in bocca: si è temuta una profanazione involontaria. E lui, credendo che si trattasse di una dimenticanza, è diventato triste, ma non si è lamentato.
La morte arriva a grandi passi. Ti ho detto nella mia ultima lettera, mia cara mamma, che il suo moncherino era molto gonfio. Adesso c'è un cancro enorme fra l'anca e il ventre, proprio sopra l'osso: ma questo moncherino, che era così sensibile, così dolorante, non lo fa quasi più soffrire. Arthur non ha visto questo tumore mortale: si stupisce che tutti vengano a vedere quel povero moncherino che non gli fa quasi più male; e tutti i medici (ne sono già venuti dieci dopo che ho segnalato quel terribile male) restano muti e terrificati davanti a quello strano cancro. Adesso sono la sua povera testa e il braccio sinistro che lo fanno soffrire di più. Ma più spesso è sprofondato in una letargia che è un sonno apparente, durante il quale percepisce tutti i rumori con una singolare nettezza. La notte poi, gli fanno una puntura di morfina.
Da sveglio, conclude la sua vita in una specie di sogno continuo: dice delle cose bizzarre molto dolcemente, con una voce che mi incanterebbe se non mi trafiggesse il cuore. Quello che dice, sono sogni — e tuttavia non è affatto la stessa cosa di quando aveva la febbre. Si direbbe, e io lo credo, che lo faccia apposta.
Sentendolo mormorare quelle cose, la suora mi ha detto sottovoce: «Ha dunque perso ancora conoscenza?» Ma lui ha sentito ed è diventato tutto rosso; non ha più detto niente, ma, andata via la suora, mi ha detto: «Mi credono pazzo, e tu, lo credi anche tu?» No, io non lo credo, è un essere quasi immateriale e il pensiero si manifesta suo malgrado. Talvolta chiede ai medici se vedono le cose straordinarie che lui vede e parla e racconta Ioni dolcemente, in termini che non saprei esprimere, le sue impressioni; i medici lo guardano negli occhi, quei begli occhi che non sono mai stati cosi belli e più intelligenti, e dicono fra di loro: «È singolare». C'è nel caso di Arthur qualcosa che non comprendono.
I medici, del resto, non vengono quasi più, perché piange spesso parlando con loro e questo li sconvolge.
Riconosce tutti. Quanto a me, a volte mi chiama Djami, ma so che lo fa perché vuole, e che questo rientra nella sua fantasticheria che si è costruito così; del resto, mescola tutto e... con arte. Siamo nell'Harar, partiamo sempre per Aden e bisogna cercare dei cammelli, organizzare la carovana; cammina molto facilmente con la nuova gamba articolata, facciamo qualche giro a passeggio su bei muli riccamente bardati; poi bisogna lavorare, tenere la contabilità, scrivere delle lettere. Presto, presto, ci aspettano, chiudiamo le valigie e partiamo. Perché l'hanno lasciato dormire? Perché non lo aiuto a vestirsi? Cosa diranno se non arriviamo nel giorno concordato? Non gli crederanno sulla parola, non avranno più fiducia in lui! E si mette a piangere rammaricandosi per la mia incapacità e la mia negligenza: infatti io sono sempre con lui e sono io a essere incaricata di tutti i preparativi.
Non si nutre più quasi per niente e se prende qualcosa, è solo con estrema ripugnanza. Sicché è magro come uno scheletro e ha il colorito di un cadavere! E tutti quei poveri arti paralizzati, mutilati, morti intorno a lui! O Dio, che pena!
A proposito della tua lettera e di Arthur: non contare per niente sul suo denaro. Dopo la sua scomparsa, e dopo aver pagato le spese mortuarie, viaggi, ecc., bisogna calcolare che il suo patrimonio toccherà ad altri; sono assolutamente decisa a rispettare le sue volontà e se anche ci fossi solo io per eseguirle, il suo denaro e le sue cose andranno a chi vuole lui. Quello che ho fatto per lui, non è per avidità, è perché è mio fratello e perché abbandonato dal mondo intero, non ho voluto lasciarlo morire solo e senza soccorso; ma gli sarò fedele dopo la sua morte come prima, e quello che mi avrà detto di fare del suo denaro e dei suoi abiti, lo farò esattamente, anche se dovesse farmi soffrire.
Che Dio mi assista e assista anche te: abbiamo molto bisogno dell'aiuto divino.
Arrivederci, mia cara mamma, ti abbraccio con tutto il cuore.

 

Isabelle

 

 

*A proposito di questa lettera, scrisse Maurice Pinguet agli inizi del secolo scorso: «Durante gli anni 1910, 1911 e 1912 si moltiplicano, secondo l'espressione di Etiemble, le "berrichoneries"... Berrichon [marito di Isabelle Rimbaud] pubblica ogni anno vari articoli nel "Mercure de France" per accreditare il mito benpensante e cattolico di Rimbaud. Polemizza con Izambard nel 1911, poi all'inizio del 1912 con Rémy de Gourmont. Per coronare l'agiografia fa apparire, in quell'anno, Jean-Arthur Rimbaud, le Poète, intessuto, come dice Etiemble, d'"insulsità" e di "menzogne". Però, a vent'anni dalla morte di Rimbaud, pochi sono gli spiriti tanto perspicaci da saper discernere, nella leggenda imposta da Isabelle, ciò che è impostura.»

 

 

* * *

 

 

LA SIGNORA RIMBAUD ALLA FIGLIA ISABELLE

 

Charleville, 9 giugno 1899

 

Figlia mia,
ricevo oggi la vostra lettera del 7 c.m., ma ieri, domenica, la posta si riposava.
Ieri, per me, giorno di grande turbamento, ho pianto molto, e tuttavia, in fondo alle lacrime, sentivo una certa gioia che non saprei spiegare. Ieri dunque, ero appena arrivata per la messa, ero ancora in ginocchio e dicevo la mia preghiera, quando vicino a me sopraggiunge qualcuno, al quale non prestavo attenzione; e vedo posare sotto i miei occhi contro il pilastro una stampella, come ne aveva il povero Arthur. Giro la testa, e rimango annichilila: era proprio Arthur in persona: la stessa statura, la stessa età, lo stesso viso, pelle bianco-grigiastra, niente barba, solo i baffetti; e poi senza una gamba; e quel ragazzo mi guardava con una simpatia straordinaria. Nonostante tutti i miei sforzi, non mi è stato possibile trattenere le lacrime, lacrime di dolore, certo, ma con al fondo qualcosa, che non saprei spiegarmi. Credevo sul serio che fosse il mio caro figliolo, là vicino a me. Ma c'è di più: una signora, vestita con grande eleganza, ci passa accanto; si ferma e gli dice sorridendo: «Vieni con me, starai molto meglio». Le risponde: «La ringrazio, zia, qui sto benissimo, e la prego di lasciarmici». La signora ha insistito; egli ha preferito rimanere. Era molto pio, e pareva perfettamente informato di tutte le parti della funzione.
Dio mio, è dunque il povero Arthur che viene a prendermi? Sono pronta, ma vi compiango, figlia mia, per quando non ci sarò più.

[...]
Vostra                                     

 

Vedova Rimbaud

Arthur Rimbaud in un disegno di  Paul Verlaine (1872)
Arthur Rimbaud in un disegno di Paul Verlaine (1872)


Prima edizione di "Una Stagione all'Inferno" (1873). Ed. Poot & C.
Prima edizione di "Una Stagione all'Inferno" (1873). Ed. Poot & C.


Rimbaud diciassettenne ritratto da Henri-Fantin Latour (1872)
Rimbaud diciassettenne ritratto da Henri-Fantin Latour (1872)
R. alla prima comunione (1866)
R. alla prima comunione (1866)
Rimbaud in Africa (1883)
Rimbaud in Africa (1883)