Intervento di Francesco Guadalupi al convegno internazionale

«Realizzazioni del progetto Rimbaud» svoltosi a Pescara il 16-17 dicembre 2005,

organizzato dal Dipartimento di Studi Comparati della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara.

(In Bérénice, n.s., a. XIV, nn. 36-37, novembre 2006, pp. 188-193)

 

«La mattina in cui ti dibattesti con Lei

fra i lampi di neve, quelle labbra verdi,

i ghiacci, le bandiere nere e i raggi blu,

e i profumi purpurei del sole polare,

– la tua forza.»

 

 

 

 

 

«Un miracolo, un fenomeno d'ordine sovrannaturale per la sua tremenda precocità e il mistero del suo destino, che rimane impenetrabile come il suo genio.» (Jean Cocteau)


«Un autentico dio della pubertà.» (Andrè Breton)

 

«L'iniziatore dei ritmi della prosa moderna.» (Edith Sitwell)

 

«Il primo poeta punk. Il primo uomo che abbia mai fatto una forte dichiarazione in favore della liberazione delle donne, affermando che quando le donne si saranno liberate dalla lunga schiavitù degli uomini esse proromperanno realmente. Nuovi ritmi, nuove poesie, nuovi orrori, nuove bellezze.» (Patti Smith)

 

«Il primo poeta di una civiltà non ancora nata.» (René Char)

 

«Un dio della mitologia. Pubertà superba e perversa. Un passante considerevole. Anarchico di spirito. Splendore d'una meteora accesa senza nessun altro motivo che la propria presenza, scaturita sola e poi spenta.» (Stephan Mallarmé)

 

«Uno spirito del più alto rango nel corpo di un fanciullo vizioso e terribile. Un mostro di purezza.» (Jacques Rivière)

 

«L'uomo dalle suole di vento. Un angelo in esilio. Un grandissimo poeta, assolutamente originale, di un sapore unico, prodigioso linguista, la cui vita è tutta rivolta in avanti nella luce e nella forza, bella per la sua logica e per la sua unità come la sua opera.» (Paul Verlaine)


«Grande e ammirevole poeta, il massimo del suo tempo, oracolo sfolgorante.» (Albert Camus)


«La sua poesia da l'idea di una baldanzosa razzia, nei domini del sensibile e dell'immaginabile, di un volante e allegro saccheggio delle città costiere, dei velieri alla deriva, di tutte le messi non ancor mietute sulla terra. In ogni sua pagina, in ogni riga, si avverte l'insofferenza, la pena, l'angoscia, lo spasimo dell'impossibile.» (Giovanni Papini)


«Un mistico allo stato selvaggio, una sorgente perduta che torna a scaturire da un suolo saturo. Una mente angelica, quasi certamente illuminata da una luce celestiale.» (Paul Claudel)


«Al di fuori di ogni letteratura, e probabilmente al di sopra.» (Félix Fénéon)

 

«Il più sorprendente ed autentico fenomeno di fanciullo prodigio che sia mai apparso nella letteratura mondiale di tutti i tempi.» (Corrado Govoni)


«Un meraviglioso ragazzaccio.» (Philippe Soupault)


«Un poeta maledetto che non ebbe paura discendere giù per tutti i gironi dell'inferno psicologico moderno per pescarvi il segreto di una bellezza inusitata e folgorante. Grande nell'opera di scavo poetico, preparatoria del monumentale moderno, grande nella rinunzia.» (Ardengo Soffici)


«Il caso più stupefacente, inquietante e insolubile nella poesia da me conosciuta. Oserei dire che fa parte a sé, senza le naturali parentele che tutti i poeti hanno fra di loro.» (Aldo Pallazzeschi)


   Infaticabile camminatore e poeta geniale, Arthur Rimbaud è stato una delle personalità dall'influenza più distruttiva e liberatoria sulla cultura del Ventesimo Secolo. Fu il primo poeta a concepire un metodo per mutare la natura dell'esistenza, il primo a vivere un'avvenura omosessuale come modello per un mutamento sociale, il primo a profetizzare l'avvento di un linguaggio universale, il primo a ripudiare i miti dai quali la sua reputazione ancora dipende.

   Come ha evidenziato il biografo Graham Robb, l'abbandono dell'attività poetica da parte di Rimbaud alle soglie dei vent'anni ha causato una costernazione più duratura e diffusa di quella determinata dallo scioglimento dei Beatles. Persino a metà degli anni ottanta dell'Ottocento, quando i decadenti francesi lo stavano acclamando come un messia, era già a svariate reincarnazioni rispetto al suo punto di partenza: aveva viaggiato per tredici differenti paesi e vissuto da operaio, precettore, mendicante, portuale, mercenario, marinaio, esploratore, commerciante, contrabbandiere e, a detta di alcuni abitanti dell'Abissinia meridionale, profeta musulmano. Rimbaud è il poeta maledetto per antonomasia, il prototipo di ciò che noi oggi consideriamo un artista ribelle, un fanciullo prodigio. Le poesie che si è lasciato alle spalle come bagagli indesiderati risultano bombe a orologeria dal punto di vista letterario: Il Battello Ebbro, l'enigmatico sonetto Vocali, Una Stagione all'Inferno, la prosa delle Illuminazioni, e alcuni capolavori meno famosi come la proustiana Memoria e le parodie oscene dell'Album Zutique.
   A differenza di così tanti antieroi rispettabili nel privato, Rimbaud condusse una vita "fuorilegge": la lista dei suoi crimini noti è svariate volte più lunga dell'elenco delle poesie pubblicate da Rimbaud stesso. Tra l'epoca della sua prima fuga a Parigi (1870) e l'ultimo segnale d'interesse registrato verso la sua stessa poesia (1875), i testi più lunghi della sua corrispondenza sono costituiti dalle lettere in cui descriveva il suo progetto di divenire un "veggente" attraverso "una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi", e dalle deposizioni rilasciate alla polizia di Bruxelles dopo essere stato ferito dal suo amante, il poeta Paul Verlaine.
   Il primo testo biografico dedicato a Rimbaud – se si eccettuano gli adulatori rapporti scolastici – fu scritto il 1° agosto 1873 da tale poliziotto Constable Lombard della quarta brigata del servizio segreto, corpo di polizia di Parigi:
«Per quanto concerne moralità e talento, questo Rimbaud è un mostro, può scrivere poesie come nessun altro, ma le sue opere sono del tutto incomprensibili e ripugnanti.» 

   Nella sua carriera postuma come simbolista, surrealista, poeta beat, studente rivoluzionario, paroliere rock, antesignano gay e tossicodipendente ispirato, Rimbaud è stato considerato da tre generazioni di avanguardie come uno sfolgorante capostipite, un precursore. «Tutta la letteratura conosciuta secondo Paul Valery è scritta nel linguaggio del senso comune, tranne che nel caso di Rimbaud». Disgustata dal vedere suo fratello ritratto nei giornali come un osceno terrorista omosessuale, Isabelle Rimbaud si è dedicata al compito di mondarne la reputazione: «Com'è possibile si chiedeva che un ragazzo fra i 15 e i 16 anni possa essere stato il genio maligno di Verlaine, che era più grande di undici anni?».


   Martire di un'adolescenza ribelle, simbolo di rivoluzione universale, Rimbaud rappresenta il ripudio delle istituzioni, il fustigatore della tradizione in nome del nuovo, e mai eredità spirituale fu tanto ambita. I futuristi lo accolsero con entusiasmo, per i dadaisti fu una figura centrale, Aragon cambierà spesso parere su Rimbaud che tuttavia rimarrà sempre oggetto della sua ammirazione sfrenata, ed affermò che tante scuole sorte prima della metà del secolo scorso si possono in fondo ridurre al solo nome di "rimbaldismo". I surrealisti lo osannarono come esploratore di spazi poetici sconosciuti, rivoluzionario e dissacratore della sua epoca, la Lettera del Veggente divenne il loro testo sacro; Breton, nonostante le sue riserve, fu sempre seguace di Rimbaud, confessò che nel 1916 ne venne interamente posseduto e dichiarò che dopo Rimbaud non si può più tornare indietro; Isidore Isou pone Rimbaud fra i massimi operatori della poesia moderna; gli inisti hanno riconosciuto che Rimbaud non era arrivato solo alla distruzione della parola ma anche a quella del verso per le vocali e le consonanti presagendo il fonema e le forme di afonismo. Gabriele-Aldo Bertozzi ha dedicato diverse opere al poeta di Charleville. Rimbaud è un ruggito terrificante, che turba le coscienze, che difficilmente può essere ignorato. In epoca fascista vi furono sforzi grotteschi per piegare il poeta alle esigenze propagandistiche del regime. Stampa e critica inizialmente non gli erano favorevoli: il clima del momento era tutto teso al recupero dei valori passati e nazionali, in opposizione quindi al gusto dell'avventura e della libertà che aveva caratterizzato il periodo de La Voce e il Futurismo. Oltre alla definzione sprezzante di "decadente", si sostenne che la sua arte sarebbe un messianesimo tra il giacobino e l'ebraico, cosa che per la "virtù" fascista suonava come una condanna. Pare che nel 1929, in una conferenza al Liceo Ginnasio Palmieri di Lecce, tenuta in occasione del secondo millenario di Virgilio, il tema centrale del discorso contrapponesse al "Cigno di Mantova" – rappresentante dell'arte romana, consapevole, salda e vigorosa – l'arte ambigua, inconsistente ed effeminata di Rimbaud. Insomma: ebraico o gallico, effeminato o giacobino, Rimbaud ripugna alla romanità fascista. Ma il poeta maledetto rappresenta anche una forza intellettuale e spirituale poderosa, e a un certo punto ci si chiede se non sarebbe meglio, ai fini delle propaganda, accoglierlo nel campo ideologico fascista, piuttosto che respingerlo nel campo gallico-effeminato. Ecco allora uscire sul Regime Fascista un articolo di Attilio Carpi che, rispondendo a un altro pezzo di Borgese apparso sul Corriere della Sera – che denuncia il disfattismo di Rimbaud – scrive che il poeta odiava non la Francia bensì i francesi, o meglio la borghesia francese "untuosa, cicalona, democratica". Aristocratico, come tutti i veri patrioti, egli "provò brividi di gioia" vedendo che l'esercito di una nazione aristocratica
com'era la Germania prima della vittoria del 1870 che la "imborghesì" era venuto per compiere le vendette che lui sognava.

   Quando scoppiò la guerra d'Africa si diffondono nuove interpretazioni tendenziose di Rimbaud. Un lungo articolo di Carlo Zaghi nella Nuova Antologia descrive la vita del poeta in Abissinia, o meglio la inventa ad uso della propaganda del regime. Ci si indigna inoltre che egli abbia offerto al "traditore" Menelik i fucili che dovevano servire ad uccidere le truppe italiane ad Adua. Questo era il delirante clima culturale dell'epoca! Nella Russia sovietica, di Rimbaud si apprezzano soprattutto i canti ispirati alla Comune, mentre il resto delle sue opere è considerato, dapprincipio, come "stravagante". Ilya Ehrenbourg, ad esempio, vede in Rimbaud il poeta che "scriveva versi geniali e si batteva per la Comune" e che non aveva nessun rapporto con i "surrealisti degenerati". In epoca staliniana si deciderà che Rimbaud era un artista rivoluzionario che si era battuto per la Comune aspirando a una più equa ripartizione delle ricchezze, in rivolta contro la società borghese. Il mito comunardo prevale anche in Inghilterra e Germania. Durante l'occupazione tedesca in Italia pare che uscirono tre edizioni clandestine di Rimbaud: in quel triste momento della nostra storia, far udire la voce di un poeta in rivolta contro ogni forma di oppressione costituiva un omaggio alla Francia, patria della libertà, e un coraggioso atto di fronda contro i nazifascisti.

   Ordunque si assiste, di volta in volta, a un Rimbaud adattato alle esigenze e ideologie che più fanno comodo ai diversi schieramenti: Rimbaud cristiano, bolscevico, nazista, fascista, antifascista, patriottico, disfattista e, sul piano morale: Rimbaud onesto borghese, ardennese, uomo d'azione, antiborghese, avventuriero, nomade, depravato; e infine, dall'umano al divino: lo Shakespeare bambino, l'unico, il profeta, l'angelo, il Cristo. Tutti miti che René Étiemble passò severamente al vaglio con lo scopo di smontarli uno per uno in un lavoro immane che durò anni. Impresa forse inutile se, a dar credito alle parole di Giovanni Papini, il Rimbaud che appassionò i giovani e rinnovò la poesia non è quello della storia ma proprio quello del mito.

  

   L'influenza più "spettacolare" Rimbaud l'ha esercitata su scrittori, musicisti e artisti abbacinati da quella luce favolosa: Pablo Picasso, Andrè Breton, Jean Cocteau, Allen Ginsberg, Bob Dylan e Jim Morrison, che si è talvolta detto avesse simulato la sua morte a Parigi e seguito Rimbaud in Etiopia. Per gli scrittori americani della Beat Generation, Rimbaud è nume tutelare; Allen Ginsberg, una notte del 1982, ebbe il privilegio di dormire nella sua stanza di Charleville.

   La vita e la poesia di Rimbaud, del resto, costituiscono un'esortazione veemente, un monito costante, un invito ad armarsi di «ardente pazienza» e partire, trascinandosi dietro l'umanità, sulla strada dell'Avvenire. E mai, quanto in Rimbaud, opera e vita sono state così visceralmente compenetrate. Proprio per questo l'improvviso abbandono della letteratura, che ha destato tanto sgomento e che per gran parte della critica resta ancora un mistero, non dovrebbe in realtà stupire. La poesia di Rimbaud nasce infatti – e viene alimentata  dal concreto progetto di «cambiare la vita»; desiderio tanto dirompente quanto utopistico, proprio dell'età adolescenziale: raggiunta la soglia dei vent'anni, la passione si esaurisce, soprattutto in un animo pragmatico qual era quello del poeta, e con essa inevitabilmente crollano le fondamenta che sostenevano la sua fervida attività intellettuale. Da quel momento in poi Rimbaud ripudierà per sempre la letteratura, ormai svuotata della sua ragion d'essere: «i libri sono buoni soltanto a coprire la muffa delle pareti», dichiarerà qualche anno più tardi lasciando di stucco gli amici.

   Per molti lettori la scoperta della poesia di Rimbaud costituisce uno degli eventi decisivi dell'adolescenza. Il più grande demistificatore della letteratura e della società borghesi è stato soffocato dalla leggenda, è diventato oggetto di culto. Ogni anno vengono recapitate centinaia di lettere, provenienti da tutto il mondo, presso la tomba di Rimbaud; ogni anno si danno alle stampe circa 200 volumi fra saggi e biografie, e ancora adesso lo sterminato confabulare di Internet continua a diffondere leggende su Rimbaud più rapidamente che mai, associandolo a più recenti vagabondi e visionari come Bruce Chatwin, Kurt Cobain, Jim Morrison. L'opera e l'uomo, gli albori del Terzo Millennio, rimangono perfettamente intatti, «assolutamente moderni»: a distanza di oltre un secolo sono ancora bagliore accecante, tuono che ammonisce, perché il "messaggio" resta attualissimo, è fuoco arde, e l'uomo e l'opera continuano a sfuggire costringendo l'umanità a un perenne, vano inseguimento.
   Siamo sempre in ritardo rispetto a Rimbaud. E non può essere altrimenti: il poeta rende impenetrabili i suoi versi conducendoci alle soglie della Visione, lasciandocene scorgere la Luce, per poi richiuderci davanti al naso le porte dell'Eternità. La realtà così s'increspa, s'infrange in una miriade di frammenti e riflessi, e diviene molteplicità di visioni, lampi d'assoluto sprigionati da varchi per un istante intuiti in un magico balenar di suoni, colori e armonie. Io solo ho la chiave di questa parata selvaggia, afferma un Rimbaud compiaciuto delle sue misteriose alchimie, del suo inafferrabile incedere. Sono nascosto e non lo sono. E ancora: Qui c'è qualcuno e non c'è nessuno. Rimbaud ci provoca, sogghigna, gioca a nascondino. (
Trovate Ortensia.) Rimbaud è «il poeta di una civiltà non ancora nata» – disse René Char – dunque presenza "aliena", eterea, irreale, ma allo stesso tempo implacabile e assordante.
  

   Rimbaud nel Terzo Millennio, reso invisibile da se stesso, dal suo genio e dal suo mito, diviene magica parola d'ordine che trascende ciò che fu l'uomo per assurgere a simbolo di valori assoluti: la libertà, la ribellione, il ripudio della tradizione, ed è questo che infiamma ogni nuova generazione. Rimbaud, artista dall'indole turbolenta e dallo stato di coscienza deliberatamente alterato, è il progenitore di Jimi Hendrix che fracassa le chitarre sul palco, di Holden Caulfield che schernisce la ridicolaggine del mondo adulto, di Jim Morrison che scatena risse e provoca la polizia; il capostipite della generazione dei Giovani arrabbiati di John Osborne, dei Figli dei fiori e di tutti coloro che hanno scelto la trasgressione come mezzo di emancipazione sociale. «Cosa ci posso fare – scrive Rimbaud al suo professore Izambard – amo la libertà libera». È in questo che si rispecchiano i ribelli di ogni epoca, i giovani: in un malessere che sfocia in una rivolta priva di obiettivi ben definiti, ma che rimane pur sempre disagio e anelito ribelle, e che, in quanto tale, necessita di padri spirituali, di antenati prestigiosi che diano il loro benestare, e che di volta in volta vengono individuati in Rimbaud, Jim Morrison, Che Guevara... miti di feroce cambiamento, simboli di valori eterni, icone; anche se, come abbiamo detto, il nemico contro cui si combatte resta un po' nebuloso. Seduto al Cafè Dutherme, nella Place Ducale, un Rimbaud diciassettenne inveiva contro: la Francia "sciovinista", la gente senza scrupoli che approfitta dei più deboli e contro la maggior parte dell'umanità che avrebbe dovuto essere «sterminata a fuoco lento»; scriveva «merde à Dieu» sulle panchine, dileggiava i preti e gli ufficiali prussiani, provocava i parnassiani, attaccava brighe, si ubriacava, si drogava, sognava grandi sconvolgimenti sociali e perseguiva lo «sregolatezza di tutti i sensi» per «giungere all'Ignoto». Questa aspirazione ad una nuova realtà, una realtà migliore, più giusta e spiritualmente più ricca di quella attuale, continua a far risplendere più vividamente che mai l'astro di Rimbaud agli albori del XXI secolo, e diviene valvola di sfogo per tutte le repressioni e le frustrazioni che ogni nuova generazione si ritrova a patire nella propria epoca.

   Rimbaud, dunque, si conferma ancora oggi figura inesauribile, che non smette di martellare l'umana gente, la richiama, la pungola, la scuote, – accecando per un istante occhi assuefatti all'oscurità, sciogliendo gli ormeggi del suo «vascello d'oro» gioiosamente lanciato verso cieli ricoperti da «bianche nazioni in festa», segnando per sempre l'anima

   con un famelico,

   inaudito lampo

   di dorate eternità.

Arthur Rimbaud in un disegno di  Paul Verlaine (1872)
Arthur Rimbaud in un disegno di Paul Verlaine (1872)


Prima edizione di "Una Stagione all'Inferno" (1873). Ed. Poot & C.
Prima edizione di "Una Stagione all'Inferno" (1873). Ed. Poot & C.


Rimbaud diciassettenne ritratto da Henri-Fantin Latour (1872)
Rimbaud diciassettenne ritratto da Henri-Fantin Latour (1872)
R. alla prima comunione (1866)
R. alla prima comunione (1866)
Rimbaud in Africa (1883)
Rimbaud in Africa (1883)